E' un racconto che lentamente prende vita. Non ha una linea guida se non la sola ispiraizone, si crea e si assopisce, si risveglia e si assopisce. Non ha un perchè, nasce solo dalla voglia di vivere, di sognare di scrivere... nasce dal desiderio di estraniarmi dalla realtà. Nasce, ma non so se mai creascerà. Si crea passo dopo passo... se arriverà all'arrivo lo saprò solo scrivendo.
Iniziai a incamminarmi lungo il sentiero. Intorno a me la macchia era fitta, sentivo il mio cuore battermi all’impazzata. Stretto nel pugno della mia mano tenevo il ciondolo che il giocoliere mi aveva donato tra le mani, mentre chiudendomi le dita mi disse “ti proteggerà, tienilo sempre con te non sono un potente mago, ma la magia mi è amica, mi scorre nel sangue”, dopo le sue parole quando riaprì la mia mano sul mio viso si disegnò un’espressione di perplessità. Lo guardai e lui rise, con quel suo modo, con quei suoi denti a cui non mi ero ancora abituata nonostante avessi imparato a volergli davvero bene. Mi richiuse nuovamente le dita e continaudno a ridere disse “fidati, non chiederti nulla, non sempre piccola mia è giusto chiedersi il perché, spesso dobbiamo accettare le cose come sono e capirle lentamente, scoprirle passo dopo passo. Tu tienilo vicino a te. Capirai poi”. Annuii era impossibile controbattergli. Avevo fatto come mi aveva detto e non me ne ero mai separata, e quella sfera nera era rimasta vicino a me, prima in tasca fin quando non trovai una collanina nella casa della Vecchia e d’allora era rimasto sul mio collo, come semplice ornamento. Una normalissima sfera nera, una biglia.
Ora ci giocherellavo nervosamente mentre mi addentravo nella foresta, non avevo idea del come ci ero finita e ne tanto meno perché avevo deciso di intraprendere la strada, ma sapevo che dovevo farlo. Ma ad ogni passo aumentava l’ansia e un senso di disagio, di spaesamento. Non capivo, avevo paura ma non mi arrendevo, continuavo a camminare.
Camminando di tanto in tanto spezzavo dei rametti secchi sobbalzando da sola e aumentando la mia immotivata paura. Non so per quanto tempo camminai, ma il paesaggio circostante non cambiava mai e ad un certo punto sul dubbio di girare intorno iniziai a segnare gli alberi, rendendomi conto che il mio dubbio era pura realtà. Passai una, due fino a cinque volte sempre davanti allo stesso albero, alla sesta volta non resistetti e liberai un pianto isterico. Ero stanca e il buio stava calando, anche se lì la concezione del tempo non esisteva dentro di me era orami troppa la consapevolezza temporale da sentirla anche senza un orologio. Il sole era ancora alto, ma per me c’era qualcosa di innaturale, perché sapevo benissimo che normalmente già sarebbe stata notte. Mi appoggiai ad un albero per poi scivolare fino alla ruvida radice e al terreno freddo. Le creature, oltre a me, non avevano temperatura ma la natura sì, ogni albero, sasso, fiore o animale aveva la sua temperatura ma solo io sembravo accorgermene, anche i conigli del Giocoliere avevano temperatura, ma lui non sapeva nemmeno di cosa stessi parlando cosi come nemmeno la Vecchia e tutti gli altri. Nella stranezza di quel mondo che fino a quel momento nella mia estraneità sentivo vicino, adesso seduta in mezzo a questo labirinto di una foresta, mi sentii profondamente sola. Ero diversa, qui tutti erano diversi, ognuno aveva una sua particolarità, le sue caratteristiche, non esisteva né razza né colore solo individui, a una a due teste. Maghi, giocolieri musicisti, vecchi e giovani, uffici postali come stazioni ferroviarie e leoni parlanti. Il leone. Di colpo mi soffermai a pensare al leone, quando lo vidi per la prima volta provai una strana sensazione e non parlo dello stupore di trovarmi davanti a una creatura cosi maestosa e regale, cosi pericolosa e affascinante, ma dei suoi occhi che quando incontrarono i miei mi dissero qualcosa, o cercarono di comunicarmi qualcosa che però non seppi decifrare, e poi arrivarono i cavalieri neri a cavallo. Solo uno di quelli sembrò notarmi, gli altri erano troppo presi a rincorrere il leone. Ma chi era quel leone?
E perché in questo mondo nessuno si chiedeva perché? Nessuno si domandava cosa fosse il bene e il male, il giusto e lo sbagliato. Nessuno si poneva la parola perché, e vivevano bene. Queste consapevolezze aumentarono il mio senso di solitudine, ero diversa in tutto ma non incompatibile con questo mondo, eppure mi sentivo spesso davvero sola nella mia diversità. Era brutto toccare un fiore sentirne il calore guardare il Musicista e non potermi esprimere. Il Leone, lui era caldo. Questo era il mondo dello strano, del meraviglioso…e io troppo razionale per tutto questo. I miei mille perché mi riempivano la testa e vedere la perplessità nel volto degli altri mi demoralizzava. La Vecchia mi aveva ammonito “Troppi pensieri per una giovane come te, la verità fa male, perché cercarla piccola mia?” “ perché non ha senso vivere nella finzione” “e con che criterio ritieni che io sia una finzione o una parte della realtà? Da cosa giudichi il mio essere vera?”, rimasi in silenzio e lei mi versò un bicchiere di tè.
Mi portai le mai alla faccia, la Vecchia aveva ragione pensavo troppo e ora sola, persa in una foresta i pensieri non aiutavano. Quando decisi di chiudere la mente e passare ai fatti cercando di trovare una soluzione, nel togliermi le mani dal volto mi resi conto che si era fatto buio. E non mi trattenei urlai. Con il buio non avrei potuto fare nulla e io avevo perso tempo a pensare.
- Dannazione! Dannazione!
Sbattei i piedi a terra e guardai il cielo supplichevole.
- chi guardi? Le stelle? Puoi parlare con le stelle?
Quella voce arrivò all’improvviso, come ogni individuo in questo mondo. Mi voltai di scatto ma non vidi nessuno, cosi girando su me stessa guardai intorno.
- Ehi, spilungona! Guarda giù! Non siamo tutti alti come te….
Seguendo la voce abbassai lo sguardo e sobbalzai all’indietro. Una lucertola. Indietreggiai tremando, i rettili mi terrorizzavano.
- Ti sembra un modo di comportarsi, signorina? Va bene non sono un coniglietto bianco come quelli del Giocoliere e no sono un meraviglioso leone o un lupo del nord, ma anche io ho dignità- mi guardò e dopo poco riprese a parlare- inoltre, dovrebbe chiedermi scusa, era proprio seduta sulla mia tana.
La guardi e cercai di trattenermi.
- Mi scusi non lo sapevo.
- Lei vorrebbe passare la notte all’aperto?
Ma di colpo ripensai alle sue parole e guardandola con sospetto chiesi.
- Come fate a sapere queste cose?
- Quanto pensate che sia grande questo mondo
- Abbastanza da non dare per scontato che tutti sanno tutto.
- Errate. Gli alberi parlano sapete? Mormorano e sono dei gran pettegoli.
- Pettegolo ci sarai!- disse l’olmpo poco distante.
- Ci risiamo….- sospirai io.
Lucertola e olmo iniziarono a bisticciare tra di loro. Mi allontanai un poco da loro cercando di capire dove ero, perché di colpo mi ero resa conto che non era più la foreta che avevo intrapreso ma ero sopra una vasta radura. Non comprendevo. Ma non mi chiesi nulla. I miei occhi si soffermarono sul cielo. Era speciale, nel blu c’erano sfumature di rosa e in lontanza sopra una nuovola illuminata dalla luna sembra esserci un castello.
- che bel cielo… e che nuovolona.
- C’è tutte le sere…
La Lucertola si avvicinò rapida e io d’istinto mi allontanai da lei con un brivido lungo la schiena, l’animaletto mi guardò e io cercai di scusarmi con lo sguardo. Entrambi, ad accurata distanza, ci sedemmo sulla raduna ad osservare la nuovola e più la guardavo e più quella forma di castello mi sembrava reale.
- Dicono che ci vivano i draghi.
- I Draghi?- chiesi- questi mi suono nuovi. Nel mio immaginario sapevo benissimo com’erano i draghi, ma la curiosità fu maggiore- potresti descrivermeli?
- Come me, ma non sono me.
- Come da me.
- Come da te? Voi da dove siete?- la Lucertola mi guardò perplesso- voi siete calda, non siete di queste terre vero?
- No… - ma vi voltai di scatto verso di lui- voi percepite la mia temperatura?
- Certo…- e anche se forse è impossibile percepii sulla sua bocca una sorta di sorriso.
- Incredibile. Siete una Lucertola speciale…- sorrisi dolcemente.
- Sapete come tornare a casa, giovane Lucien?
Nessuno mi aveva chiamata ancora in quella maniera, solo il Leone mi aveva chiamata cosi. Mi voltai lentamente verso la lucertola e suceddette qualcosa di meraviglioso. Il mio ciondolo, che durante i miei pensieri mi ero rimessa al collo, iniziò a liberare luce come un segnale luminoso, ma la luminosità che liberava era tenue. La Lucertola accanto a me divenne un vecchio con la barba lunga, piegato in se stesso sorretto dall’aiuto di un bastone.
- Lucien.
- Mago Loren.- esclamai senza rendermene conto.
Il Mago si voltò verso di me e chinò la testa con riverenza.
- Mia Regina.
E di colpo senza troppe domande mi voltai verso la nuvola comprendendo che quel castello non era solo un disegno ma era reale, ed era il mio castello.
- Il viaggio è stato lungo. Ma ora sarà tutta salita.
- Chi sono? E come sono arrivata?
- Voi sapete chi siete, e voi non siete mai né andata né arrivata, vuoi siete sempre stata qui, inconsapevolmente. Nulla è casuale e tutto ha un perché – la sua frase aveva il tono di una provocazione che terminò in una domanda teoria- O sbaglio, Regina Lucien.
Lo guardai, se prima ero confusa ora non sapevo più cos’era la confusione.