Erin Mccarley - Pony Lyrics


"L’uomo non vive di solo pane e io non vivo di scuse"

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"Ay payita mía
Guárdate la poesía
Guárdate la alegría pa'ti"


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domenica, 29 giugno 2008

....di un sogno ad occhi aperti sul treno....




.....Mentre il treno attraversava il tunnel, tra il fastidioso suono delle correnti del vento  e del treno, china nel sottolineare il libro percepii la sua aura, la sua natura, quell’energia che per me era come un odore capace di distinguerlo dagli altri. Un profumo speciale in uno scaffale di profumi anonimi. Sollevai lentamente il mio sguardo, quasi incerta, scioccamente,  delle mie deduzioni, eppure non c’era nessuna presenza lungo lo scorcio di corridoio che mi era permesso vedere da dove ero seduta, ma quando terminai il percorso del mio sguardo sul finestrino oscurato dalle pareti e il buoi dato dal tunnel, vidi il suo riflesso e il suo sguardo fisso sulla mia figura riflessa.  Fu tutta una questione di secondi: la sua immagine, come la sua energia sparirono con l’arrivo del sole una volta fuori con il vagone dalla galleria. L’energia percepita però era stata abbastanza per darmi la sicurezza che non si trattava di un’apparizione  veloce, per opera della magia, ma che era ancora nel treno  e, ora, si divertiva a giocare a nascondino oscurando la sua aura , occultando il suo odore al mio fiuto. Lesta rimisi il libro nella borsa da tracolla che indossai, per poi indirizzarmi….


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Categoria: pezzi di cervello malato

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domenica, 29 giugno 2008

Loro.


Lui.

Guardai i suoi occhi e lessi ciò che non avrei mai voluto leggere in quello sguardo sempre allegro: la delusione.

Temevo che sarebbe successo, odio quando tutti si aspettano le cose da me perché so che chiederebbero sempre di più, un più che non sarò mai in grado di dar a loro; ma con lei, con lei è stato diverso fin dall’inizio. Il suo sorriso era un raggio di sole in quella giornata piovente quando ci incontrammo per prima volta. In abiti semplici e matita agli occhi, nient’altro eppure in quei lineamenti, in quel gesticolare, in quegli occhi che chiedono il lato bello del mondo e che al tempo stesso sanno dare, c’era qualcosa che mi aveva rapito il cuore. Ho visto molte volte quello sguardo riempirsi di lacrime, per miei errori o per i suoi, ogni volta era una pugnalata al cuore; c’è stato un momento che avrei voluta strappare al mondo e portarla lontana, ma poi sapevo che sarebbe stato diverso, non saremmo stati più noi se la situazione sarebbe mutata. Sbagliai. Ora rimpiango quel giorno di non averla presa per mano, fatto sentire che per lei avrei dato l’anima, ripetergli mille volte ti amo… ma sarebbe servito? Inutile chiederlo.

Ora era davanti a me. Le sue lacrime di colpo erano cessate e questo mi aveva terrorizzato, in lei stava cambiando qualcosa, quel sorriso che tanto ho amato era destinato a finire, i suoi occhi ora non avevano più forza di dare e di chiedere. Lei stava mutando. Mi guardo. Aveva i pugni stretti che le tremavano, le lacrime che tratteneva sopraggiungevano e sparivano nei suoi occhi. Le labbra conserte e l’espressione del viso tesa. Non era più lei eppure, questa nuova lei mi piaceva quanto la prima. Solo allora mi resi conto dell’errore che forse stavo commettendo, ma io avevo deciso, era la cosa giusta da fare. Dovevo. Cercai di muove un passo verso di lei, porgendo la mano, cercando la sua spalla. Ma lei si allontanò. Non disse nulla. Mi domandai perché non reagiva, perché non mi diceva qualcosa, ma quel silenzio che non era da lei era la peggior reazione che potevo temere. Mi sorrise. Le sue labbra si schiusero lentamente in un sorriso freddo come la pietra in un viso altrettanto rigido e privo di emozioni.

-         Hai fatto la tua scelta. Io non tornerò indietro – il viso, quel viso, torno per un secondo ad addolcirsi e i suoi occhi chiedevano disperatamente di vedere ancora una volta il lato bello del mondo, ma lei, era più forte. Lo era sempre stata. – hai fatto la tua scelta. Mandami una cartolina.

Si voltò. Avrei voluto fermarla, forse avrei dovuto fare qualcosa, ma non feci nulla. Afferrai la mia valigia e andai verso la mia strada.

Sono passati degli anni. Spesso mi chiedo chi sia diventata, se quel sorriso l’abbia regalato a qualcun altro. Quando tornai dal mio viaggio, lei non c’era più. Non potei più contattarla, ma non ho mai smesso di pensarla. Ci sono persone che ti lasciano un segno pari ad una dolce cicatrice. Non so quante altre volte amerò, ma non amerò in quella maniera, l’amai come un dolce amante razionale, un dolce amante saldo e sicuro, un dolce amante che l’avrebbe dato la vita…. Ma che preferì intraprendere un viaggio. Ho sbagliato. Ma forse era giusto cosi, altrimenti non avrei mai deciso di lasciarla. Una volta un amico mi disse “è naturale quando si sta con una persona sentire la mancanza della libertà di stare soli, di quelle libertà che solo la solitudine può darti. Ma finchè è un ombra innocua non è un problema. Quando però il desiderio diventa più forte allora sì, allora forse qualcosa non  va, forse chi hai accanto non è ciò che fa per te. Forse davvero in quel momento non avrai bisogno di quella persona, ma non sarà l’indipendenza il problema, quello sarà solo il pretesto”. Se c’era qualcosa che allora non andava non saprei dirla, ora avrei bisogno di lei.
le cose finiscono e nemmeno ce ne rendiamo conto. Potrei giustificarmi cosi, ma non è vero. Lei aveva ragione, io avevo scelto. Scelsi. E da allora imparai a scegliere meglio…… ma il prezzo da pagare fu tanto. Sono certo che lei mi perdonerebbe, ma allora ho fatto la mia scelta, e non sempre si può tornare indietro. Spero sola che stia sorridendo da qualche parte, a questo pensiero rimisi la cartolina scritta in quell’anno nel portafoglio.

 

 


 Lei.

Lasciai l’aeroporto alle mie spalle. Non mi aveva raggiunta, non mi aveva chiamata.” Sei sempre stato un’inetto!” urlai dentro di me, ma gli avrei dato il mondo. Avrei voluto prenderlo per mano e farlo fuggire con me. Se sapessimo i segreti degli altri sarebbe tutto più facile. Salii sul treno  e piansi fin quando non arrivai alla mia fermata. Mi sentii morire eppure mentre persa, nei pianti isterici, a buttare le sue cose non appena le trovavo, decisi di fare quella famosa scatola che tutti fanno e allora, nel sigillarla, riuscii a sorridere. Mi aveva dato tutto quello che poteva darmi. Mi aveva amata. La mia fortuna e la mia dannazione. Quel giorno quando sigillai la scatola piansi e risi assieme, come una pazza che si stava risvegliando da un sogno bellissimo. Aveva fatto la sua scelta ed io avrei fatto la mia: non avrei sofferto.

Non riuscii mai a rispettare la mia scelta, tutt’ora ne soffro, spesso mi chiedo cosa sta facendo, chi è diventato. Non ricevetti mai quella cartolina. Ma so certa che l’ha scritta. Sono incinta adesso, e sono felice. Ho trovato qualcun altro che ha saputo amarmi, come era normale succedesse. Sarebbe felice di vedere questo sorriso che riflette ora sul vetro del treno mentre la mia mano accarezza la pancia. E’ maschio. Anche se lui non lo saprà mai - e, infondo, è questa la mia più mera e inutile vendetta- mi ha lasciato qualcosa che nessun altro ha saputo fare: la voglia di crescere, di migliorare, di ascoltare e capire, di mettersi in gioco, di mettersi in dubbio, di chiedere scusa. Ogni volta che mi trovo in difficoltà, ogni volta che pioveva nelle mie giornate, ogni volta che sentivo il cuore pesarmi e la vita stringermi, ripercorrevo, come oggi, il tragitto fatto quel giorno in lacrime. Aeroporto-città, città-aereoporto. E  ogni volta, per ritrovare le risposte o la serenità, penso sempre a quanto ci eravamo donati. Quel tragitto era il mio unico contatto che avevo deciso di lasciarmi con lui. Ora percorro quella stessa tratta: devo decidere il nome di mio figlio.

 

 

 

............................................... u,u devo scrivere per Harmony. Aggiudicato. 

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Categoria: pezzi di cervello malato

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giovedì, 05 giugno 2008


Deve essere solo un attimo. Cosi l'ho fatto essere.



Mentre risalivo la collinetta per arrivare davanti casa, mi è parso come di camminare fuori dal tempo e dallo spazio. Mi sono sentita un po’ una Dorothy sul sentiero di mattoni gialli. Camminavo per la mia strada, con la musica nelle orecchie, la stessa che ora farebbe da colonna sonora a questo blog se solo ci fossi riuscita (Alone I Break- korn), le lacrime ormai asciutte, e quando ho alzato il volto ho notato che il sentiero, a linea d’aria, tagliava in due il cielo che era spaccato a metà, come il mio animo che cercava di nuovo equilibrio, equilibrio raggiunto per il mio amor proprio, per la fiducia nell’altro, e per la razionalità che ha saputo domare l’irrazionalità, Platone sarebbe fiero di me, come adesso lo sono io con me stessa. Il cielo, come il mio animo, alla destra del sentiero che percorrevo era chiaro, mostra un tramonto alla sua fine e la luna, quella luna, la mia Luna; alla sinistra dell’asfalto, un cielo nuvoloso con lampi in lontananza. Ho sorriso, non potevo fare altro.

 

Ho donato una vittoria al mio ego,
mi sono afflitta una pugnalata alla sensibilità.
Ma "tu (io) sei forte!", no?!
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Categoria: attimi, urli

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