Erin Mccarley - Pony Lyrics


"L’uomo non vive di solo pane e io non vivo di scuse"

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"Ay payita mía
Guárdate la poesía
Guárdate la alegría pa'ti"


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mercoledì, 19 marzo 2008

 3 pensieri spiccioli




.:: I ::.


Verità? Giustizia? Voglio Kant!! (mi accontento anche di Hegel, Epicuro, Socrate o Platone e di quel buon uomo di Eraclito… ecc ecc ecc…)

 

La cosa più imbarazzate è trovarsi davanti a mille verità.

Tutte le strade sono vere, nessuna è meno vera dell’altra, tutte conducono ad una verità indiscussa tal volta quasi incontestabile, tutte sono porti di mare dove attraccare, ma in questa loro totale pienezza di verità, di fronte a tutte queste verità, rimani senza fiato, confusa e contemporaneamente piena di consapevolezza; E in queste verità ti trovi ad osservare ovunque veri giudizio e credi, sentimenti e idee dalla base forte; e covi con gli occhi il perplesso e l’incredulo perché se solo provi a fare un passo verso di loro ti rendi conto che sono accessibili quanto vere, in tutti i sensi del termine. Ed è allora, in quel momento, di fronte a questo diramarsi di strade di verità, che il tuo cuore accelera il battito, le voci nella tua mente si sovrappongono una sopra all’altra: senti le richieste dei bisogni, le parole dei sentimenti, la confusione di sentimenti meschini, l’eco dell’indipendenza, la voce del cuore, quella della mente, quella dell’istinto. Te cadi a terra, ti siedi a gambe incrociate prendi la tua testa tra le mani, allunghi rapida la mano verso il tuo zaino e ne cerchi all’interno il tuo mp3, i gesti sono freddi, misurati e aggressivi quanto disperati. Finalmente lo afferri, srotoli le cuffiette che lo circondavano, lo accendi e abbassi il volume per rialzarlo lentamente una volta portati gli auricolari alle orecchie, e cosi gradualmente nell’alzare il volume il tuo intento è più che chiaro: sovrastare quelle voci, quegli echi nella tua mente.
Isolata dalla musica, seduta a gambe incrociate, continui a fissare quelle vie davanti a te, a sentire, nonostante tutto, in lontananza quelle voci, quelle immagini, quelle consapevolezze tutte vere. E sei confusa, perché quando tutte le cose che ti si presentano davanti sono piene di verità è il momento più difficile per capire cosa è giusto e sbagliato.


.:: II ::.


….Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?

 

In questi giorni ho avuto modo di capire quanto sia cambiata.

E’ difficile quasi da spiegare, ma forse mi basterebbe dire che i miei vecchi metodi di controllo, di rilassamento, di rialzamento dalle cadute, non sono più forti come una volta, o forse sono solo diversi o forse ancora, anzi sicuramente, assopiti. Non mi basta più cantare e ballare in una stanza a musica alta, oppure, tra musica e movimenti, iniziare a immaginare cose surreali, dove sono protagonista delle mie rappresentazioni di sogni o situazioni da sogno. Ma soprattutto…… c’è stata una cosa che mi ha  incusso paura, perché se l’indebolimento di quel primo metodo posso rivolgerlo al fatto che sto crescendo, la seconda  no,  e mi terrorizza se penso al significato che racchiudeva per me quel gesto.
Quando le lacrime scivolano salate e calde sulle guance, non mi basta più avvicinarmi ad uno specchio fissare i miei occhi e cercare nella loro espressione la forza, la convinzione, il sentimento di calma, di speranza, ideali, idee forti, speranze sogni da raggiungere, l’autoconvincimento, l’autocontrollo, il sorriso, l’amore verso me stessa……perché sì, prima funzionava, faceva paura…ma agli altri, quando lo raccontavo! Per me era l’arma contro i miei mulini a vento, contro le disperazioni, contro i dolori che con coscienza o incoscienza mi venivano afflitti, o che io, vedevo affliggermi. Infondo,  prima facevo affidamento su me stessa, forse perché avevo solo me stessa. Ora no, ora è diverso. Non sono più la sola ad amarmi e non ho bisogno di trovare dentro me stessa la lingua che lecchi le mie ferite, perché la mia sofferenza non è dovuta da una male afflitto con volontà, ma dalla lotta dei miei stessi mulini a vento e qui il mio sguardo mi può aiutare poco... perché in questo caso diventa il riflesso della verità, una verità che non mi giustifica, ma che mi fa male involontariamente, una verità che vuole solo essere accetta e che non ha intenzione di scendere a patti, nel suo essere vero quanto reale.
Cosi ora nel riflesso del mio specchio, vedo due volti… il dolore non passa, perché la lotta è mia, ma quanto meno, nel poter fissare le sue iridi trovo nelle mie la voglia e la forza di cui ho bisogno per affrontarmi.




.::III::.


L’abito non fa il monaco….

 

Quasi odio sapere che nel dare si perde qualcosa.  

Sarebbe bello poter crescere in continuazione nello  stesso abito di sempre, senza ritrovarsi a  tenerne delle parti e modificarne delle altre… peccato però, che più si va avanti e più l’abito cambia aspetto con naturalezza, seguendo i nostri gusti, oppure si ritrova a modificarsi perché più diversi abiti ci vengono richiesti in disparate occasioni, ritrovandoci cosi ad avere  solo gli accessori e la stoffa - i nostri capi saldi-  a restare uguali e non cambiarli mai, perché determinano quello che siamo e rappresentiamo nel mondo.

Eppure in tutto questo c’è qualcosa che non mi convince….siamo interamente noi a determinare la nostra moda? ghgh


 



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Categoria: sussurri al vento

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sabato, 15 marzo 2008

E’ da giorni che voglio scrivere.

In realtà ho raccolto tante di quelle informazioni nella mia mente che potrei fare diverse discorsi. Dal canto di una civetta che sento puntualmente solo quando mi infilo sotto le coperte, come a volermi dare, assieme a Lui, una dolce buonanotte- ed è bellissimo addormentarsi cosi. Di una ragazza vista questa mattina sull’autobus verso la quale ho provato da subito un attrazione, visto che lei incarnava quello che vorrei essere io, e come vorrei apparire. Di una canzone anni sessanta sentita dopo un particolare avvenimento e l’ironia di quel momento. Una giornata bellissima con tre avvenimenti buffi nell’arco di un’ora di lezione. Gli agnellini. Riflessioni varie. Nuove conoscenze. L’astio per l’incapacità di essere unici perché come ci rigiriamo inevitabilmente apparteniamo a qualche gruppo e veniamo, anche senza volerlo, identificati e non si sfugge a ciò….e questa cosa mi rattrista in una maniera che solo dio sa, siamo tutti dei archetipi e gira e che ti rigira sia per un tipo di musica, sia per un ambiente, sia per una singola scelta di abbigliamento che sia solo una maglietta, si appartiene e si viene identificati, senza poter sbagliare! è questo che più mi sconvolge . Di quanto sto combattendo contro me stessa e quanto questo sia difficile. Potrei parlare del tumulto al cuore che sto provando adesso e che appena finirò di scrivere finirà, e di quanto mi senta in colpa di dover spazientire chi deve subire i miei capricci – che non sono sempre sono talip  divertenti o voluti: questi sono della tipologia più innocua- . Potrei parlare della felicità e della piacevole giornata che è stata oggi. Di qualcuno è capace di farmi sentire importante e di quanto stia creando qualcosa di magnifico che non potrà mai essere dimenticato. Del barista che ti serve un cappuccino la seconda volta che ti vede chiedendoti: “ci ho azzeccato?”. Della soddisfazione di sentirsi dire: “mi sei simpatica! Vieni sabato sera a dormire da me e andiamo ad una festa?”, da una persona che hai visto 4 ore totali nella tua vita. Eppure. Non sento la capacità di descrivere nulla di tutto ciò. So benissimo che avrei la capacità di prendere uno di quei singoli attimi, di quelle singole banalità e renderle magiche, o quanto meno, piacevoli da leggere, ma, allo stesso tempo, non me la sento.

Ho sempre avuto la sensazione di riuscire a banalizzare le cose che scrivo. Difatti, non ho mai avuto la capacità di tenere aggiornato un diario. Le cose belle sono nei miei ricordi e nel trascrivere sento di violare, trasformarle, rendere in qualcosa che non sono, in un certo senso, adattarle al presente, sforzando di darle un abito che è sempre troppo grande o troppo piccolo (a dispetto di chi conosco io, che è un mago in ciò, e coglie la taglia giusta con un solo sguardo, seppur soppesato... ma sono poche le opere d'arte nate con una notte!). Sarà la mia incapacità di scrivere, oppure, la forte critica che muovo, puntualmente, verso me stessa.

            Esco o non esco?

Però, voglio annotare quella ragazza vista questa mattina sul bus, salita alla stazione e scesa all’università con me

            Non esco. Vaffanculo.

Quando siamo scesi dall’autobus mi sono resa conto della sua reale altezza. Era molto più bassa di me, tanto che potevo vedere distintamente la riga dei suoi capelli eppure sarà la costituzione, ma quando ero seduta sull’autobus e lei alzata vicino all’uscita, avrei detto il contrario, tanto da  immaginare che fossimo di pari altezza. La prima cosa a colpirmi è stato il suo capotto –indumento per cui vado matta- che delineava perfettamente il suo corpo esile e asciutto, dalle forme quasi assenti se non fosse stato per il punto vita e l’essere, nella sua altezza, slanciata, che le dava un corpo quasi sinuoso, ma non completamente come la parola dorrebbe descrivere. Indossava un paio di jeans leggermente larghi che tendevano a posarsi morbidi sulle scarpe etnis - che mi piacciono tanto, ma che non indosso ma restando fedele alle adidas super star, anche se ammetto di avere un paio di vans che indosso giusto ogni tanto -sotto al cappotto, dal taglio veramente sobrio e bellissimo proprio per questa sua semplicità che le donava alla perfezione, portava tre felpe sottili con cappuccio,  le cui cerniere erano tirate su tatticamente, infatti, nessuna delle tre nascondeva l’altra. I capelli erano tra un biondo scuro e un castano chiaro, forse non del tutto naturale, ma potevano benissimo esserli. Erano tagliati in un carrè, scalato per rendere movimento, e asimmetrico come piace a me: leggermente corti di dietro, quasi a fungo mentre davanti sono lasciati di poco più lunghi. Lisci e folti. Tra le mani un libro, in edizione economica mondadori, di Goethe, una borsa a tracolla color militare, con un portachiavi colorato agganciato su un anello presente sulla sacca. Alla mano degli anelli dove solitamente li indosso – quando mi ricordo di metterli o quando non li lascio in qualche lavamano dei bagni-, ovvero, al pollice e all’indice, anche se io amo metterli anche all’anulare. Anelli semplici, di argento quanto meno nel colore, magari erano solo di acciaio. Le dita erano fine e affusolate in piena armonia con la sua costituzione. Il viso non aveva nulla di speciale – ma non che il mio ne abbia, anzi-, forse non aveva un filo di trucco, ma su questo non ne sarei certa, tra i capelli che le ricadevano morbidi davanti mentre era china a leggere e gli occhiali, non è una cosa che ho avuto modo vedere con chiarezza. I suoi occhi, ecco,  non so di che colore siano, ma andando ad intuizione, soffermandomi sul fototipo castana e pelle chiara -che wikipedia mette come la più frequente-, saranno stati sicuramente marroni, forse quel marrone che tende – spero di non offendere nessuno- al color cacarella. Quando siamo scese dall’autobus, mi camminava davanti, cosi ho visto una camminata tranquilla, disinvolta forse però un po’ troppo artificiale, ma chi è che non cammina pavoneggiando? – mi dicono che sculetto da una vita, ma non lo faccio mai intenzionalmente, quindi do sempre colpa ai miei non tanto fini fianchi (che sono normali,dai!)-, risultava delicata nei modi.  Poi le sono passata oltre perché ero in ritardo, e in tutto questo non saprà mai che ora una pazza sta scrivendo su di lei, proprio perché rappresenta quello che vorrei apparire, ma che non mi appartiene.

… chissà se ci sarà mai un’altra persona farà quello che io fatto ora, ma su di me. Una persona che mi descriverà con interesse, che metterà la mia figura o la mia essenza su carta.

Da sempre mi faccio una domanda  a cui nessuno, forse, mai mi risponderà; mi sono sempre chiesta come appaio, come mi vedono e che idea si può avere di me, di quella ragazza che siede sull’autobus e osserva fuori dal finestrino,  e continuo a chiedermelo incessantemente, soprattutto, quando incontro degli sguardi che mi osservano e non sempre sono cosi chiari.


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Categoria: ricordi

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sabato, 08 marzo 2008
Una volta Giulia ridendo mi ha detto che forse incosciamente so l'inglese perchè riesco sempre ad ascoltare le canzoni il cui testo combacia troppo con il mio stato d'animo o momento, questo senza, naturalmente, sapere cosa dice la canzone.....

Ho riesumato un vecchio cd, chiamato "this is my world - Hope", ne ho una serie cosi, dove cambia il titolo in base al momento in cui univo quelle canzoni nello stesso cd. Ho smetto da 4 anni ormai.
In questo cd c'era questa canzone, che ho iniziato a sentire a ripetizione.... e ora mi era insorta la curiosità...
C'è chi mi dice che le coincidenze non esistono. Ma dirlo a Monica e a me è quasi un affronto, troppe volte ci sono capitate.
Coincidenza o meno, la canzone ci sta troppo.
E dopo di questa . nel cd... c'è bicht.... io veramente....
una cazzata. ma mi ha reso stranamente felice.
Ma io sono cosi, mi rendono felici le piccole cose, le piccole sorprese..

A me.. e a chi se la sente propria.



Artista: Incubus
Titolo Originale: Drive
Titolo Tradotto: Guidare

A volte sento la paura dell'incertezza stuzzicarmi in maniera chiara
e io non posso fare niente a parte che chiedere a me stesso per quanto tempo ancora lascerò a questa paura
di prendere in mano il volante e i freni
Mi sta guidando indietro nel tempo e sembra avere un'incerta caccia dei corpi.
Ma ultimamene sto cominciando a capire che dovrei essere io quello dietro il volante
Qualunque cosa porti il domani io sarò lì
a braccia aperte ed occhi aperti
Qualunque cosa porti il domani,
sarò lì, sarò lì...
quindi se io decidessi di rinunciare alla mia opportunità di essere uno dell'alveare
sceglierei l'acqua al posto del vino, tornerei in me stesso e guiderei la mia vita?
Mi sta guidando indietro nel tempo e sembra essere la via
che chiunque altro prende attorno
Ma ultimamente sto cominciando a capire che quando guido io
la mia luce è trovata
Qualunque cosa porti il domani io sarò lì
a braccia aperte ed occhi aperti
Qualunque cosa porti il domani,
sarò lì, sarò lì...
Sceglieresti l'acqua al posto del vino
Stringeresti il volante e guideresti?
Qualunque cosa porti il domani io sarò lì...





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Categoria:

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venerdì, 07 marzo 2008
Artista: Midge Ure
Titolo: Breathe
Titolo Tradotto: Respira


Ad ogni respiro del mattino
capisco che grande dono la vita mi abbia dato
ad ogni tristezza che nego
sento una possibilità dentro di me morire
dammi un sapore di qualcosa di nuovo
che mi tocchi, mi stringa, che mi metta in sesto
mandami una luce guida che splende
attorno a questa mia vita buia

Respira l'anima in me
respira il regalo del tuo amore per me
respira la vita che hai coperto prima di me
respira per farmi respirare

Per ogni uomo che costruisce una casa
una contratto per se stesso
combatte contro lo scorrere
di bugie e fallimenti, che noi tutti conosciamo

A quelli che hanno e a quelli che non hanno
Come si può vivere con quello che hai?
Dammi il tocco di qualcosa di sicuro
potrei essere felice ancora di più

Respira l'anima in me
respira il regalo del tuo amore per me
respira la vita che hai coperto prima di me
respira per farmi respirare

respira la tua onestà
respira la tua innocenza nei miei confronti
respira le tue parole e liberami
respira per farmi respirare

Questa vita ti riserva le cose più strane
i sogni che facciamo di quello che la vita ti porta
le altezze più alte che posso girarti attorno
di seminare i semi dell'amore su un terreno di pietra

Respira
Respira

Respira l'anima in me
respira il regalo del tuo amore per me
respira la vita che hai coperto prima di me
respira per farmi respirare

respira la tua onestà
respira la tua innocenza nei miei confronti
respira le tue parole e liberami
respira per farmi respirare.

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Categoria: canzoni

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giovedì, 06 marzo 2008

28 febbraio 2008

Un volo, una riflessione (... rivisto su un treno bologna-consandolo, scritto su un letto rosso)


Forse la voglia di fuggire è propria dell’adolescenza e molti psicologi, antropologi e sociologi saprebbero spiegare, con parole elaborate scelte con accuratezza la questione, tanto da rendere la mia personale esperienza una sorta di “scoperta dell’acqua calda”. Proprio per questo, fin da subito, il mio stimola è da sempre puramente egoistico anche se forse il vanto c’è sempre un po’ stato e ricercato, ma appena guardi al di là del tuo naso ti rendi conto che il vanto non è nient’altro che una tua impressione, un grido che nessuno coglie e che del resto almeno che non vinci un nobel, non viene notato – giustamente!- .Questo è per l’appunto uno dei tanti motivi che mi portano ad odiare ogni forma di ostentazione.

            Ho riflettuto molto su questa questione, prendendo in esame ogni giudizio e parere, cercando in quelle voci un’obiettività che inevitabilmente, forse, mi mancava. In parte credo che molte parole, nonostante tutto, abbia finto di non coglierle, come del resto è naturale fare perché, infondo, per molte persone c’è il forte desiderio di mettersi in gioco e le voci diventano echi lontani e, il più delle volte,  un “te lo avevo detto”. Del resto però ho imparato, mutando il mio stesso sguardo sulle cose,  che non si può vivere di sola osservazione sul bene e sul male o sull’osservazione delle esperienze altrui, non sempre e non del tutto quanto meno, queste hanno solo il ruolo di allettare o dissuadere.

            Inizialmente è chiaro, con il senno di poi – e non totalmente oscuro allora- che il mio desiderio di espatriare da Fiano era, in particolar modo, dovuto al non essermi mai integrata nell’ambiente, ma del resto se questa è una verità non è di certo la sola. Si fugge per tanti motivi, in tanti modi e ciascuno si cerca il più adatto a se stesso. Desideravo talmente tanto la fuga, un’aria di cambiamento, che quando presi la scelta non mi curai minimamente di tante sfumature. Avevo quell’alta tanto immaginata come ferita finalmente curata, la porta della gabbietta assieme alla finestra del davanzale aperta, per non parlare poi del cielo che mi chiamava: cosi, semplicemente, ho preso il volo. Nonostante questo, l’affetto per quelle persone, verso il quale avevo sottovalutato la mia sensibilità, era troppo forte. Il mio errore è stato quello di volare lontano. Avrei dovuto accontentarmi del bosco davanti casa e non del parco naturalistico. Ma il Pettirosso aveva le ali intatte, la possibilità di volare finalmente altrove alla ricerca di qualcosa che non fossero le solite cose, bar e strade, e aveva infine la possibilità di volare da solo, lontano. Non posso biasimare quella scelta ingenua, mia e del Pettirosso, in cui mi identifico.

Al chè, preso il volo, per nulla facile,  il Pettirosso si è reso conto che quello che a sguardo superficiale appariva  solo una fuga o un capriccio, se non entrambi, era in realtà un’esigenza. Cosi nel suo costante, a volte difficile, leggero, basso, alto, accompagnato dal vento, contro corrente, deciso e debole volo, comprese che la gabbietta non gli bastava, aveva bisogno dei prati accanto, le comodità dei boschi, dei giardini eppure, il Pettirosso, aveva un cuore grande e il legame per le persone della casa non poteva né doveva essere spezzato. Esigenza o affetto? Il Pettirosso valutò, il Pettirosso decise.

            Tornato a casa venne accolto e nulla era cambiato, solo le persone che come lui, avevano intrapreso il loro personale volo, crescendo e maturando come il Pettirosso.

            Da fuga, da capriccio ora guardo con una maturità, ancora in maturazione, che mi lascia vedere oltre a questi due dettagli che è davvero una questione di esigenza. Non è fuga dalle persone, ma fuga da un ambiente che da solo non riesce a bastare. Ho bisogno della città, bisogno di sentirmi viva tra quei suoni, quelle immagini, quegli odori e visi. Torino era ideale, ma di più lo sarebbe stato Firenze e a quel punto il Pettirosso non avrebbe sentito l’esigenza di tornare in attesa di ripartire  come è ora, ma di limitarsi a dei ritorni fugaci, lunghi e frequenti, ma non definitivi. Roma sarebbe adatta. Le persone sono importanti e per questo ho scelto di nuovo Fiano, ma anche l’ambiente, per una natura irrequieta come la mia, è sostanziale.  Sono un’ingrata, senza dubbio, ma è davvero una questione di esigenza. A 18 anni ho preso il volo come agognavo, a 21 ho posti che attendono il mio ritorno: ho un volo costante dove poter assaporare affetto e città, e un volo giornaliero in una città che spero, un giorno, diventi anche la mia.

            Parlare di ciò che è stato e ciò che è significato è facile, parlare di ciò che significa per me la città, non lo è, ma ho un ricordo che posso usare per far trasparire quel significato: aprire un portone, vedere macchine, negozi e persone, salire sull’autobus e perdersi nell’ambiente cittadino verso una metà, a qualsiasi ora, sentirsi soli ma non in solitudine ( pagherò il copriright!), sentirsi vivi perché sai che qualsiasi gesto conduce a qualcosa di effimero o reale; amo la città per il suo ambiente, amo la città per quella costante illusione di novità, di mutamento e cambiamento che mi ispira. Prima o poi scriverò un elogio alla città , per ora mi accontento di questo, in attesa di prendere il volo verso la gabbietta ormai lasciata sempre aperta, per poi riprendere il mio volo giornaliero e… soprattutto, il mio volo, ora, più dolce e atteso, perché se qualcosa è certo, questo è proprio il fatto che ciascuna vita facciamo non necessariamente è quella altrettanto adatta al nostro vicino,  e proprio per questo non giudicabile. Ognuno muove il suo volo dove l’istinto lo conduce. Lo stesso Pettirosso spesso al freddo dell’inverso invidia i canarini che sono al caldo, che giocano affiatati tra di loro, ma sa che dall’aquila alla rondine, ciascuno ha il proprio diverso, e non per forza migliore, volo.

 

 



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Categoria: sussurri al vento

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mercoledì, 05 marzo 2008
E' un pazzo.

Grazie........

Luponemo - 01:31 - Permalink - commenti - commenti (popup)

Categoria: attimi

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martedì, 04 marzo 2008

"...e poi domenica tornando verso casa guarda cosa abbiamo visto io e fra??? e miracolosamente la macchinetta fece lo scatto
un abbraccio
tvb
Flò"

...ma non era scarica? Meglio cosi!!! GRAZIE FLO *.*



(perchè l'H è sempre messa nel dimenticatoio? ç.ç )

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Categoria: attimi

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martedì, 04 marzo 2008

8 marzo 2008 h.08.00 a.m

(sul treno verso tiburtina)


A volte vorrei che la vita e le scelte per affrontare le proprie difficoltà fossero un treno. Con una direzione precisa, un arrivo sicuro nonostante i vari imprevisti possibili. Vorrei che fosse un limitarsi ad osservare i binarsi che scorrono nel senso inverso, un uccello in volo su un campo, un  treno che ti sfreccia accanto, ma non è cosi. Forse può esserlo in senso lato la vita e le sue direzioni, ma non per quello che riguarda le decisioni….sopratutto, se intaccano le tue insicurezze. Quando devi intraprendere il cammino per affrontare una scelta presa, non sei sul treno, ma questa volta sei quell’omino in bicicletta che sei solito osservare, che solitamente ti osserva con un po’ di invidia, ma anche indifferenza. Ad ognuno aspetta il suo, dicono. Cosa dico io? Che questo pedalare sembra lontano, a volte i muscoli fanno male, il respiro è affannato. Ma il gioco ne vale la candela. La lotta è principalmente per me, mentre il noi, mi da energia. La persone o la persona giusta serve. E’ più facile pedalare quando chi ti aspetta, ti sorride con il cronometro in attesa, senza severità, della tua vittoria. Pedalo.


 



 

Un antico proverbio recita: "una decisione va presa nello spazio di sette respiri".
Il daimio Takanobu un giorno fece questa osservazione: "Se un uomo esita troppo a lungo a prendere una decisione, s'addormenta".
Il daimio Naoshige ribatté: "Se ci si lancia senza vigore, sette azioni su dieci non hanno seguito; il samurai agisce con rapidità".
E' estremamente difficile prendere decisioni in stato di agitazione. In compenso, se si trascurano le conseguenze minori e si affrontano i problemi con spirito fermo, fresco e affilato come un rasoio, si trova  sempre la soluzione nello spazio di sette respiri.
Bisogna essere determinati e avere il coraggio di gettarsi all'impresa.


Hagakure 1.122



(grazie per la poesia.. che non è una poesia ghghghgh XD ahahhaha)

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Categoria: sussurri al vento

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lunedì, 03 marzo 2008
2 marzo 08 h.3.30 a.m.
(scritto sul cellullare)

Sto per chiudere gli occhi  ma prima lascio far volare la mia mente. Ho tre modi per addormentarmi e, ora che ci penso, persone diverse sanno solo per ciascuno uno dei diversi modi, tranne una persona che li conosce fin troppo bene tutti. Ad ogni modo, volare con la mente è uno di questi. Mi capita di pensare a cose reali accadute, oppure immagino una singola scena di chissà quale storia già iniziata altrove e dove del resto avrà la sua fine, o, situazioni irreali con persone reali e di colpo vengo sempre risucchiata dalle immagini che si proiettano nella mia mente e mi addormento, senza mai  ricordare il momento esatto in cui succede.

    Questa sera i miei pensieri sono leggeri e allegri grazie sicuramente al fine settimana piacevole e al fatto che domani riprendono i corsi…entrambi attimi che rappresentano la mia piccola fuga da Fiano, dai miei pensieri brutti, sono distrazioni dai miei dolci desiderio e ne diminuiscono l’effetto nostalgia – o cosi sembra-, in pratica, l’estraniarsi da me stessa e i miei pensieri sciocchi.

            Acciambellata sotto le coperte calde fisso quella pecorella fosforescente, posta sul numero della data  del concerto degli Ska-P, esattamente il numero 22.. di Maggio. La stessa pecorella che ha illuminato tre stanze in luoghi diversi e quasi da un anno, in due di questi luoghi, sempre con me, e sempre appesa vicino al letto per essere sfiorata con il tatto come era a Torino, o come qui, che la sfioro con la vista. Una preziosa pecorella, un dolce portale.

…ma è ora di chiudere gli occhi e ricordare per me il dettaglio più tenero, il dettaglio che mi risucchierà  facendomi addormentare.


....Notte...

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Categoria: ricordi, attimi, sussurri al vento

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